07 novembre 2005

Il motore di ricerca Virgilio chiude i battenti

motore di ricerca virgilioHanno ucciso "il bello di Internet". Il marchio Virgilio, nome storico di internet, "marca" del primo motore di ricerca italiano e di uno dei maggiori portali generalisti, pubblicizzato dal famoso bruttone con la nazionale senza filtro in bocca (il"bello" di internet), cade sotto un'operazione di marketing voluta dai vertici di Telecom. Che dalle prossime settimane (la data non è stata resa nota) sarà sostituito dal nuovo "Alice", che al convegno di Internet Advertising Bureau Italia di Milano è stato anche mostrato. Un po' azzurrino, un po' più piatto e tradizionale rispetto al disegno precedente, uno slogan un po' a rimorchio del passato: "la bella di Internet".

E' significativo che la scelta cada su quello che è stato finora il portale del video on demand dell'ex monopolista. Perché sarà il video a richiesta ("saremo concorrenti più di Blockbuster che dei Broadcaster" dice il direttore contenuti broadband Ramon Grijuela) da distribuire sul computer, sulla tv, sul telefono cellulare, a dominare la nuova offerta internet. La visione commerciale c'è tutta, il disegno egemonico pure ("vogliamo continuare a fare gli editori perché lo sappiamo far bene"), e la voce di Grijuela annuncia ad un convegno sulla pubblicità chi sarà a guadagnare nei prossimi anni su internet.

Curioso che il manager Telecom abbia speso molti minuti per spiegare che il mercato degli utenti italiani dell'adsl cresce forte, e si avvia a superare un difetto, quello degli abbonamenti nei quali si paga a consumo, di cui la sua azienda (insieme alle altre del settore) è la prima responsabile. Ma che il mercato cresca e forte è vero, molto vero. Lo ha messo a fuoco questa conferenza che è ormai il migliore appuntamento annuo per sentire il polso della penetrazione internet in Italia: ne emerge che abbiamo (secondo Eurisko) 20 milioni di abbonati a internet, che l'adsl si impone come la tipologia di connessione a più forte crescita, che la pubblicità sulla rete cresce (Nielsen) a un tasso di oltre il 13% quest'anno sull'anno scorso ma che - purtroppo - nessuno ci toglie dal cuore del gruppone degli inseguitori.

Perché la pubblicità internet in questo paese è ancora l'1,4% di tutta la torta pubblicitaria, mentre è il 5,8% in Gran Bretagna, più ancora che negli stessi Stati Uniti (4,8%). Le cause non sono dette, ma stanno là, sospese nell'aria. Oltre ai problemi dell'Adsl (se pago per ogni cosa che vedo, non sto collegato poi molto), il nodo sta nel ristrettissimo numero di aziende che investe in pubblicità internet, meno di 1500 aziende, con un "media mix" (il pacchetto che combina i vari mezzi) che vede una fetta destinata alla rete ancora troppo bassa.

E poi c'è il nodo italiano della televisione. Che prende per sé il pezzo più grande del mercato (come succede ovunque ma in misura maggiore che in altri paesi) ma che soprattutto - come dice un operatore in privato - "decide il prezzo della pubblicità, perché per poter vendere sui grandi volumi, lo fa a livelli molto bassi, così fa il pieno. Una volta stabilito che la televisione costa così poco, come fa internet ad essere venduta meglio e guadagnare?".

Cresce internet in Italia, ma non c'è la valanga che qualcuno in America prevede, a favore dei new media e a detrimento di giornali e televisioni. Per quanto riguarda gli utenti, la rete in Italia ha conquistato la testa del paese: il 35% della popolazione (Eurisko), quella con i migliori titoli di studio, quelli che guadagnano di più, quelli che stanno al Nord. Ma viene da Nielsen la previsione che il grande boom sarà una crescita prospera, forse lunga, ma certo non esplosiva, diciamo un 4,4% (a livello mondiale) di media nei prossimi due anni. E allora bisogna puntare forte su ogni canale possibile: ecco che IAB si dedica a "fare cultura", a organizzare gruppi con le aziende per studiare come funzionano le newsletter e il direct marketing, se sarà possibile pensare ai "business blog", per aprire un dialogo con la gente.

Eh sì, perché il tormentone dello "user empowerment", del "tutto il potere al consumatore" è arrivato anche da noi. Fa impressione sentire la compassata Eurisko, la cattedrale della sociologia dei media di questo paese, parlare di insegnare alle aziende la vie di internet, la diffusione molecolare dell'informazione attraverso un rapporto diretto con la gente che si fa media, che assume su di sé la titolarità delle proprie decisioni e del proprio informarsi. Qualche fanatico del web 2.0 deve aver "hackerato" l'impostazione culturale di Eurisko, o forse il tentativo (lodevole) di Edmondo Lucchi è stato solo quello di far capire alle aziende, e non ai media che già lo sanno, che hanno nelle mani uno strumento potente che può metterle a contatto col pubblico, rivelando loro vie sconosciute per creare valore. Di certo qualche tormentone ha prodotto più di un equivoco, ma l'idea che a comunicare, ad essere trasparenti, ad accettare le critiche si può guadagnare, è un buon messaggio da inviare alle aziende italiane.

Utilizzare le vie di internet per raggiungere i nuovi "punti di contatto" con un pubblico che sembra impzzito, che nessuno sa dove stia andando - gli adolescenti, ad esempio, cosa pensano e dove vivono? - è quello che tentano dovunque da Singapore a Parigi. Che queste vie del nuovo pubblico possano avere molti nomi - blog, motori di ricerca, newsletter, comunità di utenti, uso dell'aggregazione informativa attraverso gli RSS - , ma le aziende italiane si limitano per ora a partecipare molto intensamente (1500 persone) ai convegni sulla nuova ondata di internet, però restano ben attaccate alle certezze antiche (la televisione), quando si tratta di maneggiare la tecnologia della conoscenza. E ora di televisione risentono parlare anche su internet. Dev'essere il destino. [fonte Repubblica]